domenica 19 marzo 2017

l'età della gioia

I primi di marzo mia nonna mi ha chiamato sul cellulare. Io ero a Roma, preparavo l'ultimo esame della sessione, sapevo che non sarebbe andato bene ma ero comunque serena.
Quando mi ha telefonato stavo ballando facendo degli strani movimenti spastici a ritmo di musica. Non è rarissimo che mi chiami, però non abbiamo nemmeno il tipo di rapporto in cui si parla di argomenti profondi. Per questo mi ha stupita non poco sentirle dire: "Non prendertela.". Le avevo appena detto che pensavo che l'esame sarebbe andato male.
Mia nonna - la madre di mio padre - è un tipo che invece, nella vita, se l'è presa. Se l'è presa con chi cercava di sfruttarla o ingannarla, se l'è presa con le autorità e con i singoli, con le ingiustizie e le sofferenze.
Per questo sembrava tanto più strano detto da lei.
Eppure non cercava di suggerirmi di ingoiare le ingiustizie e farmi mettere i piedi in testa. Cercava semplicemente di dirmi di essere felice, a modo suo, perché prendersela - come dice lei - per tutta la vita in fin dei conti l'ha resa infelice.
In quel momento ho sentito avvicinarsi la chiusura di un cerchio, nella fierezza di una persona che si lascia domare dal tempo senza rinnegare quello in cui ha creduto perché sa che non c'è più molto per cui combattere.
Gli ultimi tempi, le ultime fatiche, credo che l'abbiano provata molto.
Per molti anni l'ho amata come si ama la famiglia, senza capirla, senza conoscerla, magari senza necessariamente apprezzarla in quanto persona.
Crescendo, come per altri familiari, ho continuato a volerle bene in quanto nonna, ma non in quanto lei. E' una cosa molto brutta da dire, però quel giorno ho sentito anche un'altra parte di me schiudersi alle sue parole. Una parte che diceva: eccola. Ecco qui, lei è così. Questa è la tua vita. Ti vuole bene nel modo migliore che conosce. Ti sta facendo un regalo infinitamente prezioso: il suo tempo, tutto il tempo che le è occorso per capire come si fa ad essere felici.
Non è questo quello che tutti desiderano, dopotutto? Essere felici. Anche quando ti sembra che per tutto il tempo rincorrano altro, dietro agli affanni quotidiani di un vivere assurdo costruito su misura per sé, anche se sono persone amareggiate, deluse, malinconiche, anche se si sono chiuse volontariamente dentro una stanza della propria identità, andando contro ai propri desideri, per fare quello che credevano fosse necessario, quello che credevano fosse giusto.
E' soltanto questo che tutti desiderano.

Quindi ecco l'età della gioia: non dopo la morte, quando saremo liberati dagli affanni terreni, non prima di crescere, quando non siamo in grado né di conoscere né di interpretare la felicità, ma oggi. Oggi è l'età della gioia, che tu stia per compiere settantanove anni oppure ventuno.

Mi rendo conto di essere ripetitiva nei temi dei miei post, mi dispiace. Forse sono ossessionata o forse per me la felicità e l'umanità sono le domande - e le risposte - ultime.
Mi domando ancora come si faccia ad essere un buon essere umano, sbaglio tutti i giorni, fallisco tutti i giorni, ma mi sveglio lo stesso tutte le mattine, un po' ottusa dalle cose quotidiane e dai torpori e da quello che faccio meccanicamente perché credo che sia giusto -quando ci penso nei pochi istanti di astrazione-, ma fondamentalmente innamorata pazza di questo miracolo che è essere in vita, resistere, sbocciare, sotto questo cielo turchese che è la consolazione prima e la coperta più leggera.

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