giovedì 15 dicembre 2016

ten days

Fra dieci giorni è Natale. Da piccola lo adoravo, c'era un intero set di tradizioni che lo accompagnavano e precedevano: il calendario dell'Avvento coi cioccolatini nelle finestrelle, i lavoretti a scuola, la neve - la neve che non poteva mai mancare -, l'albero di Natale e il presepe, le cene con tutta la famiglia dalla nonna, le lucine colorate, e forse una spensieratezza intrinseca dell'infanzia.
Ovviamente è da qualche anno che non lo "sento" più.
Credo che sia dovuto a qualcosa che c'entra con le nevrosi della crescita, col fatto che non si apprezza più quello che si dà per scontato, o che gli adulti ad un certo punto smettono di prodigarsi per regalarti il Natale perfetto. E poi, da quando studio fuori, torno a casa giusto in tempo per una Vigilia pressoché insapore.
Però penso che il Natale lo recupererò da adulta, quando avrò dei figli miei.
Di solito detesto fare questo tipo di piani, mi sanno tanto di "avrò la vita che voglio un po' più in là", come se fossi troppo vigliacca per conquistarmela oggi; eppure, non stavolta. Mi mancano una forza e un'indipendenza che non ho fretta di maturare, perché ormai ho capito che ogni cosa deve arrivare al momento giusto - non quando la si vorrebbe.
Del resto sarebbe abbastanza strano che mi sperticassi tanto in considerazione su un argomento così religioso, se non fosse che recentemente ho fatto pace con un aspetto della mia spiritualità.
Ovviamente sono agnostica da anni e lo sono ancora, però l'altro giorno stavo leggendo Le Benevole* e c'era un passo in cui il protagonista entra in una piccola, graziosa chiesa in cui un ufficiale delle SS sta suonando l'organo. La scena mi ha scaraventata in quella che definirei una stanza della mia mente, piuttosto che in un ricordo vero e proprio, e ho immaginato la chiesa del mio paese, però vuota, non durante una funzione. Nel mio pensiero c'è il sole e la chiesa è disadorna - mi sono accorta di trovare piuttosto disturbanti i fronzoli rispetto alla spiritualità che credo dovrebbe permeare i luoghi di culto.
In quel momento, sono in pace. Non mi sento a disagio, non voglio schernire la religione, non devo dimostrare a nessuno con strafottenza che mi sento superiore all'oppio dei popoli**. Sono semplicemente lì, seduta, a godermi una magnifica luce.
Comunque, è Natale, e mi manca sentirlo. Vorrei mettere per un momento in pausa le agitazioni del mondo adulto e tornare bambina, a guardare i film che mandano in programmazione tutti gli anni, gustandomi una cioccolata calda e pettinando la mia bambola.
*In questi giorni sto leggendo parecchio. Ma proprio tanto. Ho colto l'occasione durante il ponte dell'Immacolata, decidendo di sospendere lo studio per finire di leggere Le Benevole, che avevo iniziato il 24 agosto (lo avevo però interrotto per leggere altri libri, ma l'undici ottobre mi ero completamente fermata e procedevo di due o tre pagine al giorno). Ebbene, questo grosso, strano tomo di 942 pagine mi ha richiesto un grosso sforzo per essere finito.
In realtà lo stile non è particolarmente ostico, però trovo seccante inciampare continuamente sui nomi delle cariche militari scritti in tedesco. Il libro mi ha lasciato una strana sensazione. Oltre ad essere particolarmente scabroso in certi tratti, è stuzzicante dal punto di vista morale.
Il protagonista è un membro delle SS che si occupa di aspetti burocratici dell'Endsieg, e non ha molto a che vedere con gli assassinii degli ebrei all'atto pratico. Eppure, la sua partecipazione, la sua convinzione, la sua opera contribuiscono decisivamente alle morti - come lui stesso è fiero di ammettere.
Nonostante questo, nel corso del libro ho dovuto lottare con una strisciante sensazione - che era, suppongo, l'intento dell'autore.
Sprofondata negli anfratti contorti della mente di Maximilien Aue, immedesimata completamente o quasi nei luoghi e nelle mansioni, a tratti perdevo la consapevolezza di chi lui fosse.
Sembrava un uomo perfettamente normale, ma era un mostro. E questa identificazione nel mostro da parte mia, da parte di qualunque lettore finisse per fare quasi il tifo per l'antieroe di questa storia, è un intento che Littel dichiara nelle prime pagine di questa memoria: il male è banale. Il male si annida dentro di noi, il male è una semplice distrazione dalle conseguenze, astrazione dai risultati, scissione dalle cause. Il male è facile, ed è per questo che è pericoloso.
Dopo Le Benevole, comunque, ho letto L'Alchimista (stupendo) e riletto i primi due volumi di Harry Potter, il tutto fra domenica e oggi. Ieri ho perfino iniziato il terzo. Sono proprio felice, anche se rischio di tralasciare lo studio.
**sto ancora combattendo fra l'istintiva certezza di avere ragione ad essere agnostica e la comprensione che sono convinta che meritino le persone che invece sono religiose. Ho ancora un atteggiamento piuttosto infantile, ma mettiamo agli atti che ci sto lavorando sopra.

Ancora una volta il post fa schifo, con l'aggravante che non seguo un filo logico. E vabbè, scuotete la testa e premete Alt ed F4 contemporaneamente.

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