domenica 25 dicembre 2016

points of view

Ho passato quasi tutta la mia vita cosciente dopo l'infanzia in uno stato di disagio semipermanente. Credo che fosse il mio modo di vivere l'adolescenza, coi suoi classici drammi e rivolgimenti, e credo che ognuno viva la sua avventura in modo diverso.
Per esempio, durante la prima metà del liceo, ero ossessionata dal desiderio di essere amata, e fantasticavo continuamente su quello che avrei potuto fare o quello che avrei potuto essere per conquistare ragazzi con cui non avevo nemmeno mai parlato.
Poi è diventata una questione di essere speciale, migliore, più brava, più intelligente, più veloce, più forte - per ridicolo che possa sembrare.
Eccellere era quasi un'abitudine, e quando avevo un rivale che fosse alla mia altezza dovevo sempre combattere con una voce, dentro di me, che mi sussurrava che però io ero stata brava prima, per più tempo, in più materie, o che ero stata meno brava per distrazione, disimpegno, dimenticanza, una tantum.
Questo meccanismo mi scatta, alle volte, ancora adesso, se per esempio i più bravi del mio corso fanno meglio di me, e io penso che lo sono perché loro si fanno il culo tutti i giorni per mesi - mentre a me basta qualche settimana per dare un esame -, o quando chiedo i voti alle ragazze del mio gruppo, e io penso che se loro hanno preso di più è stato perché amavano di più la materia, o comunque hanno dato qualche esame in meno rispetto a quelli che avevo dato io nello stesso periodo, oppure hanno una media più bassa della mia.
Si tratta di un orribile circolo vizioso nel quale si scade facilmente, inconsciamente, e dal quale si esce con molta difficoltà.
E' buttare giù gli altri dal mio stesso gradino per sentirmi migliore, invece che salire la scala, e ancora non mi è chiaro perché io senta questa impellente necessità di essere più brava.
Non lo sono, non lo sarò mai; il mondo è pieno di persone geniali, brillanti, più creative, più passionali, persone con una vocazione, persone con metodi migliori dei miei, persone che si sono laureate a sedici, tredici, dieci anni, persone eccezionali, ma anche persone ordinarie che hanno saputo canalizzare l'energia che io spreco a fare paragoni in un obiettivo che piacesse loro veramente.
Sere fa ero a letto, e non riuscivo ad addormentarmi, rosa da tarli di questo tipo, da questo senso di inferiorità, dalla paura, forse, di essere indistinguibile, non memorabile, anonima.
Alla fine mi sono rivolta al soffitto, e gli ho parlato ad alta voce.
"Alessia, adesso basta. Smettila. Non importa a nessuno se non sei la più brava. E' chiaro che tu non possa esserlo. Ma non fa niente, va bene così, nessuno lo pretende. Non esiste nessuno che abbia la tua combinazione di esperienze, interessi, passioni, conoscenze, ed è questo a renderti unica, non la capacità di primeggiare sugli altri. Finché lavorerai al tuo meglio, nessuno sarà meglio di te ad essere come tu sei. Essere speciali non è importante; essere belle persone lo è."
Ci avevo messo anni per arrivarci, per tradurre in parole quel subbuglio interiore che mi sfiatava i respiri. Ancora adesso me lo ripeto, me ne meraviglio, non riesco ancora a farlo mio dopo tutto il tempo passato a correre a perdifiato per arrivare ventinovesima o giù di lì.
Posso camminare, ed è meraviglioso.
Posso prendere un momento, giocarci, accarezzarlo, marchiarlo con la mia impronta, portarlo con me. Nessun altro potrà farlo nello stesso modo.
A scuola non dovrebbero spingerci ad eccellere. Dovrebbero insegnarci ad essere migliori di quanto siamo stati, e a capire come sfruttare quello che abbiamo imparato - ma soprattutto le esperienze che facciamo.
Ecco il segreto.
Vivi una bella vita, una vita onesta, ricca, felice.
Sembra stupido. A volte si pensa che la felicità e la vita di tutti i giorni non siano compatibili, come se perseguire la prima fosse un atto di egoismo e di esclusione della seconda.
Ma non è vero. Anzi, il segreto della prima giace nella seconda, e il senso della seconda dimora nella prima. Si può essere felici e contemporaneamente essere tristi, fare sacrifici, occuparsi di fare le commissioni, servire umilmente il prossimo, soffrire, faticare. Si può essere felici. E' uno stile di vita, è trovare la bellezza, la pace, la serenità, l'amore nelle cose che si incontrano più di frequente, liberarsi di ciò che non si ama e fa soffrire inutilmente, e accettare le cose che non possono essere cambiate come parte di un insegnamento più alto, di un'occasione di introspezione.
Si può essere felici anche mentre si vive una tormentosa avventura adolescenziale di scoperta di se stessi e di disagio nei confronti altrui.
Si può essere felici.

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