venerdì 4 novembre 2016

domenica 30 ottobre

Rumore, e sensazione.
Paura.
Non smette, brandelli di pensieri, sprazzi di lucidità.
Ellissi mnemoniche.
Balcone.
Prato.
Oddio oddio oddio.
Non smette
Mamma da dentro grida
Aiuto aiuto
sole cielo erba sotto i piedi
E poi a un certo punto invece smette.
Rewind. I frammenti del bicchere rotto si riassemblano sul tavolino e l'acqua asciuga il pavimento e ritorna nel bicchiere.
La giornata è fantastica. C'è un sole stupendo, un cielo bellissimo, e sono sveglia da due minuti perché c'è stato il terremoto. Mamma grida, da dentro, il mio nome.
Mi fiondo in casa - sto tremando come una foglia ma me ne accorgerò soltanto fra qualche minuto - mamma non c'è da nessuna parte, esco di nuovo in giardino passando dal salone, mamma è lì.
Mi stringe, mi dice troppo forte: 'Era fortissimo, era fortissimo', io la stringo altrettanto forte perché smetta di ripeterlo; non so perché mi dia tanto fastidio ma c'è qualcosa nella sua voce - forse l'urgenza oppure il volume - che mi disturba.
"Sono le sette e quaranta", dice mio fratello rientrando in casa. Avevo dimenticato che fosse cambiato l'orario. Mi meraviglio ancora una volta della bellezza della giornata. In occasione dell'ultima scossa, un mio amico commentava che stesse piovendo quasi fosse la fine del mondo; sembrava appropriato. A me, invece, sembra più appropriato questo: cristallina indifferenza, disumano cinismo. Se esiste un dio, ci guarda in quel modo.
Torno dentro, il mio primo pensiero va al mio ragazzo. Provo a chiamarlo, ma la linea è intasata. ;i accorgo del mio tremore mentre mia madre chiede a tutti noi di vestirci. Io ci provo, mentre continuo a cercare di mettermi in contatto con Daniele e con le altre persone a cui tengo. Alla fine, lui risponde mentre sono ancora in bagno, ad impiegare una quantità assurdamente pericolosa di tempo per vestirmi. Per fortuna sta bene, stanno tutti bene. Le scosse degli ultimi giorni hanno terrorizzato un po' tutti, per cui molti hanno dormito in automobile. Non lo sappiamo ancora, ma non ci sarà nessuna vittima.
Il resto della mattinata rasenta l'assurdità: ripartiamo per il paese in cui sono cresciuta, ma ci fermiamo a comprare la pasta, la carne, i fiori da portare al cimitero. La vita non si ferma mai. Mia madre continua a farmi scattare fotografie del paesaggio.
"E' assurdamente bello", dice. Perché lo è: pazzamente bello, e al contempo folle, incongruo.Siamo tutti ancora scossi, eppure mamma resta indecisa a lungo su quali fiori comprare - il che mi irrita - e io trovo occasione per scherzare col mio ragazzo sulla grafia di una parola.
Apro facebook, e sono a più riprese tentata di sputare vetriolo sugli idioti che assecondano teorie complottiste e becere speculazioni. Desisto, perché non ha importanza.
In auto, sulla via di casa, mi arrabbio col mondo. Ma com'è mai possibile che tutti sappiano - o abbiano tutti gli strumenti per sapere - e NESSUNO faccia niente? Per le case, per le scuole, perfino per le chiese che tanto odio ma che accolgono così tante delle persone che amo?
Domande senza risposta - non che me ne aspettassi una.
Al cimitero, mamma non fa che esercitare il suo nevrotico controllo su insulsi dettagli per illudersi di avere ogni cosa sotto controllo.
Non ce l'ha: persone chiuse in bagno, che tentano di uscire dalla finestra, vecchi dementi che, confusi, vagano intorno casa loro senza nemmeno ricordare, forse, dove vadano e perché vogliano andarci.
Mi colpisce la storia di un uomo che trascorre in auto anche la giornata, oltre la notte.
Non è più sciocco di noialtri, anzi, è coerente con la sua paura. Non è nemmeno codardia.
E' impotenza, la stessa sensazione che proviamo tutti. Immagino come debbano sentirsi le madri, e soprattutto i padri, a non poter proteggere i propri figli.
Il cimitero è un trionfo di fiori e colori. E' molto in alto, ed è stretto fra la valle e la montagna. Ogni volta che veniamo in questo posto doppiamente morto - nel corpo e nello spirito - mi sorprendo a guardare il panorama, tanto sprecato per gli occhi ciechi che lo osservano. Osservo i cipressi altissimi, i fiori, e il muto accordo di cura e pulizia fra le tombe. A destra ho la montagna, di una bellezza agghiacciante. Penso a quello che ho sentito dire - i massi che crollano e la polvere che s solleva.
A sinistra, invece, di stende la valle, che accoglie i vapori di un tramonto discreto. Scatto una fotografia.
Nessun tramonto potrà mai risanare una vita spezzata, penso. Eppure, nessuna vita spezzata potrà mai inquinare un tramonto.
"E' assurdamente bello", ripete mia madre.
Lo è.

Fuori dal cimitero - nel quale, scopro mentre esco, è severamente proibito entrare - c'è qualche annuncio mortuario. Scorgo anche quello del nonno della mia vecchia migliore amica.
Vorrei dirle: "Da persona che ha subìto la stessa perdita, so cosa si prova. Mi dispiace. E mi manchi".
Forse aggiungerei dell'altro, ma il succo è quello.
Invece non lo faccio.
Tante tragedie hanno il potere di unire le persone, ma sento che questa non è una di quelle. Mi chiedo cosa possa esserlo.

Nessun commento:

Posta un commento