lunedì 6 luglio 2015

primi gemelli

"I matematici li chiamano primi gemelli: sono coppie di numeri primi che se ne stanno vicini, anzi, quasi vicini, perché fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero. Numeri come l’11 e il 13, come il 17 e il 19, il 41 e il 43." P. Giordano, La solitudine dei numeri primi

Stasera ero in giardino a guardare il mondo. Per una volta non avevo il telefonino né un libro con me. Ho lasciato che il mio sguardo vagasse; il cielo era molto chiaro, celeste pallido sopra di me, bianco sporco sopra i bordi delle cose. Il pino di fronte a me aveva aghi scuri e chiari, ma la cosa che mi ha colpito di più è stata come sembrasse tutto vivo, affatto smorto, anche se bidimensionale.
Ho pensato: com'è davvero bello il mondo, com'è strano salvare sul telefono le foto più belle della natura per poi andare in giro con i paraocchi ad ignorare i paesaggi belli a portata di mano; chissà come sarebbe se invece degli alberi esistessero ologrammi piatti proiettati frontalmente a seconda del punto di osservazione; chissà se ogni città avesse un albero tipico, per esempio i cipressi regolarissimi per Praga, e ci fosse una sola città con tutti i tipi di alberi, ma non potesse essere nessuna città già esistente per non fare favoritismi e se ne creasse una nuova allora, una nuova città di soli alberi che poi diventerebbe una rovina, un cimitero artificiale e meraviglioso di alberi di ogni forma e colore; ho pensato: quand je danse, je danse*; ho pensato che mi sentivo sola.
Non mi sento sola quando leggo o parlo o scrivo - infatti ho sentito l'urgenza pressante di mettermi a scrivere. Ma poi ho riflettuto: sono sempre sola. Le parole sono la grande bugia che ci raccontiamo, dicendoci che sia possibile comunicare quello che proviamo, dare un nome ai pensieri che turbinano nelle nostre menti come un fiume troppo profondo per sondarne appieno le correnti.
Le parole sono il primo ponte che tendiamo fra noi e gli altri, noi e il nostro stesso animo. Ci servono per non sentirci così implacabilmente vuoti, microbici, insignificanti al cospetto della selvaggità insensata dell'universo. Con le parole cerchiamo di stabilire un primo contatto con l'altro, salvo poi ritrovarci a desiderare che capisca senza che noi dobbiamo parlare.
E i telefoni, i televisori, ma anche le forme di arte e di letteratura, l'artigianato e tutto il resto; gli oggetti sono il nostro modo di riempire, comunicare, trasmettere il nostro animo.
Gorgia diceva: "Nulla esiste, se anche esistesse non potremmo conoscerlo, se anche potessimo conoscerlo non potremmo comunicarlo."
A volte penso lo stesso.
Eppure immagino una sorta di liberazione nella caduta delle nostre barriere, immagino una solitudine comunque impenetrabile ma forse più vera e genuina, meno dolorosa, come sono tutte le parti della nostra natura che riusciamo ad abbracciare.
E chi sa mai che non impariamo a guadare il fiume dell'incomunicabilità invece che cercare di costruirvi delle dighe sopra.

Roba prosaica:
-ho fatto pace con la mia migliore amica. Le schegge riformano gli interi.
-mi sono diplomata (giovedì i risultati, ma per ora mi godo l'istante benedetto che è un mix di vacanza, conclusione, limbo e non competitività).
-ho finalmente di nuovo tempo per scrivere e leggere tutto quello che voglio. Mi sento meravigliosamente.

*Quando danzo, danzo. Montaigne sosteneva che l'azione che fai deve essere la sola che occupa la tua mente nel momento in cui la fai. In questo modo si vive appieno, che si tratti di ozio o di epicità.