lunedì 20 ottobre 2014

#cinqueparole: dolore, partenza, rosso, sogno, sorriso

La prima lacrima esce senza che me ne accorga. Sento l'umidità per prima, e poi il piccolo tonfo bagnato sulla manica della felpa, proprio vicino al polso.
Le altre la seguono con una rapidità che mi è sconosciuta, mi offuscano la vista, e io le asciugo furiosamente per non perdermi neanche un secondo di questa scena.
Il sole del tardo pomeriggio ustiona l'atmosfera fra noi due, rallenta le parole e soffoca le voci.
La mia fa fatica a fendere quest'aria fatta di melassa.
"Quindi questo è un addio?" dico.
La voce mi si spezza in così tanti punti che mi viene da chiedermi se esista un'ingessatura per le parole.
Lui sembra così distante, e anche se mi sforzo continuo a vederci male.
Il suono della sua risposta mi arriva come se qualcuno mi stesse facendo ascoltare una registrazione durante una telefonata.
Sospira. "Sì" continuo a pensare che non siamo mai stati così lontani, nessuna panchina è mai stata così lunga. Mi sento talmente perduta.
E' come se se ne fosse già andato.
E' come se non ci fosse mai stato.
"Quando la partenza?" domando, con respiri storpi.
"In agosto."
Abbasso lo sguardo. Il maglione diventa un unico alone rosso. Le lacrime precipitano sulla stoffa in un folle suicidio, macchie sanguigne a contrasto.
"Perché adesso?" domando, anche se lo so già. Conosco già la risposta.
La conferma arriva, irrazionale come la prima volta.
"Ci faremmo solo del male" sussurra, perdendo la compostezza dei monosillabi.
Freme, come me. Cerchiamo entrambi di non cadere in pezzi.
Il petto mi esplode in un singhiozzo lacerante, nel vano tentativo di esalare il dolore.
"Quanto più male potrebbe farci?" prorompe, in un sussurro violento, sonoro.
Apro la bocca per dire che non potrebbe fare più male di così, ma non ci riesco.
Nei suoi occhi leggo l'angoscia, il tormento, l'urgenza che io capisca.
Si protende verso di me, fa per prendermi le mani; non lo fa, guarda le proprie, grandi e forti, completamente inutili.
Cosa possiamo dire?
Lo leggo nel suo corpo, quanto sforzo gli costi tenersi insieme, lottando per sé, ma contro di sé. Ma vedo anche la resa, e quanto la guerra di altri conti per lui più che la mia.
Allora restiamo in silenzio, a tremare come le più inermi delle creature, quasi fossimo privi di pelle, privi di carne, solo anime, anime nude e indifese al cospetto di armi troppo più potenti di noi; taciamo, e tremiamo, e io piango.
Il sole tramonta senza che lo guardiamo una sola volta.
"Me ne devo andare" dico - forse.
Mi alzo, malferma sulle gambe, e imbocco il ponte con passi incerti.
Credevo che non avrei potuto sentirmi peggio di così, nemmeno andandomene, nemmeno morendo; ma sto peggio, effettivamente.
Mi sento come se l'aria si stesse rarefacendo attorno a me, e respirare stesse diventando difficile; però rilevo la crudeltà di ospitare uno spirito agonizzante in un corpo perfettamente sano.
Più mi allontano, meno parti di me stessa riesco a sentire. Mi sembra di stare in un sogno. La vera me, quella dormiente, è ferma su quella panchina, quarantotto, quarantanove, cinquanta passi fa.
Io sono solo una proiezione inconsistente. Non abbastanza assente da finire sotto una macchina, però. Purtroppo. Per fortuna, purtroppo.
Sento il rumore di una corsa precipitosa alle mie spalle solo quando rischio di venirne travolta.
Mi aspetto di venire catapultata in avanti, ma mi sento strattonare all'indietro per un braccio. E lui è l', vedo come vorrebbe parlare, come rinuncia alle parole, quei due secondi di esitazione fra lo slancio della corsa e poi la ritrosia dovuta a quello che siamo ora, la bramosia dei suoi occhi, vedo il magnetismo che ci spinge di nuovo a due centimetri, il gioco di sguardi, sento la sua mano sul mio polso e il suo braccio innaturalmente tirato indietro per tenermi vicina. Sento tutto questo, presente a me stessa come poche volte prima d'ora, iperconsapevole di ogni fiato che esalo. Se perdessi la vista ora, potrei comunque misurare in respiri la distanza fra le nostre labbra, e in battiti di ciglia il tempo che impiegheremmo per baciarci.
Ed eccolo lì, il Momento, il mio preferito in assoluto, l'attimo in cui siamo così vicini che sento praticamente il suo sapore sulle labbra; vedo lo spregio di quello che avrebbe dovuto fare, e l'istante dopo chiudo gli occhi, mi sento intera, finita, e ci stiamo baciando.
Non dovremmo, ma ci apparteniamo, ci possediamo, ed è così giusto che non so come faccia ad essere contemporaneamente così sbagliato.
Siamo passione, struggimento, disperazione; disperazione è la parola giusta per il folle che beve così dalle labbra dell'altro il veleno che lo ucciderà.
Ma ora non importa.
In questo momento, il tramonto che langue da qualche parte dietro di noi è il sorriso mesto del condannato a morte.

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