giovedì 30 ottobre 2014

il momento dei morbi tristi

Se sono serviti a qualcosa, questi cinque mesi, non lo so: mi hai lasciata confusa, e confusa resto.
Eppure qualcosa comincia a cambiare.
Sono due giorni che provo per te un risentimento non intenso ma insidioso, e ho capito che è stato per via dell'amore che non mi sono resa conto prima di come siano andate le cose.
Ti piaceva G, ti sei messo con A, hai proclamato di avermi sempre amata e poi, alla rottura, hai preteso di volere da sempre una possibilità con S.
Ti ho amato alla follia, letteralmente, di un amore che consuma; sono arsa di gioia allo stato puro, per te, ma ora vedo solo le ceneri di quello che siamo stati, e la probabile menzogna di quello che sentivi per me.
Mi hai mai amata?
Non lo so, non credo che lo saprò mai; sperare di sì mi sembra ingenuo, asserire di no mi sembra pretenzioso.
Ed eccomi ancora qui a pensarti, in un modo o nell'altro; ad amarti ancora, forse; a detestarti per quello che siamo ora, certamente; a soffrire perché, comunque dovesse andare, non era col rancore che volevo che finisse.
Penso di meritarmi un amore sincero, e penso di non poterlo trovare in te, nonostante l'ombra della grandiosità di quello che ho provato. Non posso immaginare un futuro in cui siamo di nuovo insieme, perché non so come sono andate le cose, ma so quanto tu mi abbia ferita.
In qualche modo contorto mi uccide sapere che ti ho perduto per sempre... non ti ho amato credendo che fossi perfetto, ti ho amato nonostante non lo fossi.
Speravo fosse lo stesso per te.
Forse è stato vero e sono sciocca a credere che qualcosa possa durare per sempre.
Alla fine il tempo mi travolge e, malgrado tutto, bisogna andare avanti.

Chiedo scusa per questa cosa letterariamente penosa, ma è una delle poche volte in questi ultimi mesi in cui riesco a vedere le cose da questo punto di vista, e credo proprio che sia importante ricordarmene.

lunedì 20 ottobre 2014

#cinqueparole: dolore, partenza, rosso, sogno, sorriso

La prima lacrima esce senza che me ne accorga. Sento l'umidità per prima, e poi il piccolo tonfo bagnato sulla manica della felpa, proprio vicino al polso.
Le altre la seguono con una rapidità che mi è sconosciuta, mi offuscano la vista, e io le asciugo furiosamente per non perdermi neanche un secondo di questa scena.
Il sole del tardo pomeriggio ustiona l'atmosfera fra noi due, rallenta le parole e soffoca le voci.
La mia fa fatica a fendere quest'aria fatta di melassa.
"Quindi questo è un addio?" dico.
La voce mi si spezza in così tanti punti che mi viene da chiedermi se esista un'ingessatura per le parole.
Lui sembra così distante, e anche se mi sforzo continuo a vederci male.
Il suono della sua risposta mi arriva come se qualcuno mi stesse facendo ascoltare una registrazione durante una telefonata.
Sospira. "Sì" continuo a pensare che non siamo mai stati così lontani, nessuna panchina è mai stata così lunga. Mi sento talmente perduta.
E' come se se ne fosse già andato.
E' come se non ci fosse mai stato.
"Quando la partenza?" domando, con respiri storpi.
"In agosto."
Abbasso lo sguardo. Il maglione diventa un unico alone rosso. Le lacrime precipitano sulla stoffa in un folle suicidio, macchie sanguigne a contrasto.
"Perché adesso?" domando, anche se lo so già. Conosco già la risposta.
La conferma arriva, irrazionale come la prima volta.
"Ci faremmo solo del male" sussurra, perdendo la compostezza dei monosillabi.
Freme, come me. Cerchiamo entrambi di non cadere in pezzi.
Il petto mi esplode in un singhiozzo lacerante, nel vano tentativo di esalare il dolore.
"Quanto più male potrebbe farci?" prorompe, in un sussurro violento, sonoro.
Apro la bocca per dire che non potrebbe fare più male di così, ma non ci riesco.
Nei suoi occhi leggo l'angoscia, il tormento, l'urgenza che io capisca.
Si protende verso di me, fa per prendermi le mani; non lo fa, guarda le proprie, grandi e forti, completamente inutili.
Cosa possiamo dire?
Lo leggo nel suo corpo, quanto sforzo gli costi tenersi insieme, lottando per sé, ma contro di sé. Ma vedo anche la resa, e quanto la guerra di altri conti per lui più che la mia.
Allora restiamo in silenzio, a tremare come le più inermi delle creature, quasi fossimo privi di pelle, privi di carne, solo anime, anime nude e indifese al cospetto di armi troppo più potenti di noi; taciamo, e tremiamo, e io piango.
Il sole tramonta senza che lo guardiamo una sola volta.
"Me ne devo andare" dico - forse.
Mi alzo, malferma sulle gambe, e imbocco il ponte con passi incerti.
Credevo che non avrei potuto sentirmi peggio di così, nemmeno andandomene, nemmeno morendo; ma sto peggio, effettivamente.
Mi sento come se l'aria si stesse rarefacendo attorno a me, e respirare stesse diventando difficile; però rilevo la crudeltà di ospitare uno spirito agonizzante in un corpo perfettamente sano.
Più mi allontano, meno parti di me stessa riesco a sentire. Mi sembra di stare in un sogno. La vera me, quella dormiente, è ferma su quella panchina, quarantotto, quarantanove, cinquanta passi fa.
Io sono solo una proiezione inconsistente. Non abbastanza assente da finire sotto una macchina, però. Purtroppo. Per fortuna, purtroppo.
Sento il rumore di una corsa precipitosa alle mie spalle solo quando rischio di venirne travolta.
Mi aspetto di venire catapultata in avanti, ma mi sento strattonare all'indietro per un braccio. E lui è l', vedo come vorrebbe parlare, come rinuncia alle parole, quei due secondi di esitazione fra lo slancio della corsa e poi la ritrosia dovuta a quello che siamo ora, la bramosia dei suoi occhi, vedo il magnetismo che ci spinge di nuovo a due centimetri, il gioco di sguardi, sento la sua mano sul mio polso e il suo braccio innaturalmente tirato indietro per tenermi vicina. Sento tutto questo, presente a me stessa come poche volte prima d'ora, iperconsapevole di ogni fiato che esalo. Se perdessi la vista ora, potrei comunque misurare in respiri la distanza fra le nostre labbra, e in battiti di ciglia il tempo che impiegheremmo per baciarci.
Ed eccolo lì, il Momento, il mio preferito in assoluto, l'attimo in cui siamo così vicini che sento praticamente il suo sapore sulle labbra; vedo lo spregio di quello che avrebbe dovuto fare, e l'istante dopo chiudo gli occhi, mi sento intera, finita, e ci stiamo baciando.
Non dovremmo, ma ci apparteniamo, ci possediamo, ed è così giusto che non so come faccia ad essere contemporaneamente così sbagliato.
Siamo passione, struggimento, disperazione; disperazione è la parola giusta per il folle che beve così dalle labbra dell'altro il veleno che lo ucciderà.
Ma ora non importa.
In questo momento, il tramonto che langue da qualche parte dietro di noi è il sorriso mesto del condannato a morte.

martedì 7 ottobre 2014

sulla bellezza

Negli ultimi anni ho avuto modo tante volte di riflettere sul concetto di bellezza.
Come si fa a dire che una cosa è bella? Perché quello che piace a me non piace a un altro? Perché i gusti cambiano, e come fanno?
Il mio concetto di bello si avvicina molto a quello di simmetria; e se i lineamenti sono snelli e marcati mi piacciono di più. Più uno ha le sopracciglia simmetriche, gli occhi simmetrici, il sorriso simmetrico, più mi piace. {Vedi anche: Dennis Dutton - Una teoria darwiniana sulla bellezza. Questa sarebbe la versione più figa, più elaborata e più scientifica della mia riflessione.}
Il rovescio della medaglia è che questo tipo di volti è tendenzialmente anonimo, scialbo, non mi rimane impresso per una caratteristica fisica estrosa.
Per questo motivo, qualche tempo fa, riflettevo che a volte un viso non convenzionale può colpirmi più di un viso 'bello'.
Per quanto concerne la seconda domanda, ho risolto che è un insieme di abitudine, ambiente sociale, ambiente familiare a determinare i gusti. L'idea di bello che la TV nazionale e i tuoi genitori e i giornali ti abituano a vedere continuamente è molto probabilmente anche l'idea di bello che imparerai ad apprezzare e a condividere.
{Vedi anche: questo articolo.}
La terza domanda: oltre all'ovvio accrescimento di esperienze e di bagaglio culturale, che comporta variazioni della propria idea di bello, ho pensato che in molti casi l'affetto per una persona ci induce a pensare che quella persona sia bella.
Non che sia un'impressione necessariamente falsata; probabilmente i nostri criteri di bellezza si modificano, adattandosi all'aspetto della persona.
Altro oggetto delle mie riflessioni è stato: ma io sono bella?
Partiamo dal presupposto che la maggior parte delle volte mi piaccio; sono però consapevole di non rispondere ai canoni moderni di bellezza. Non sono alta, non sono formosa, non ho un viso particolarmente bello e (dammit) ho il sorriso e le sopracciglia leggermente asimmetrici.
Dopo aver pensato tutto ciò, mi sono detta: e quindi?
Perché diamo tanta importanza alla bellezza e all'aspetto fisico?
Perché le ragazze sentono l'esigenza di depilarsi le braccia e truccarsi e vestirsi carine?
Io non mi trucco; lo faccio solo due volte l'anno, in occasione delle repliche del saggio di teatro, ma penso che dopo questo giugno perderò definitivamente l'abitudine (se di abitudine si può parlare).
Non mi trucco per tre ragioni: mi fa schifo la sensazione del trucco sul viso, con il trucco addosso non mi sento me stessa (è come se stessi mentendo agli altri su chi sono) e non voglio essere bella.
A me non interessa scientemente piacere.
Se non mi trucco sto più comoda e non c'è domanda fastidiosa o commento noncurante che tenga.
Mi dicono che truccata sto meglio e che dovrei farlo più spesso, ma io lo trovo assurdo. Perché dovrei "stare meglio"? Perché dovrei compiacere la vista altrui? E poi, fra l'altro, truccata sono io che non mi piaccio (come dicevo, questione d'abitudine).
Tralasciando il mio caso, la verità è che alla gente piace piacere.
L'aspetto fisico è la nostra interfaccia con il resto del mondo, e pensiamo che essere ben vestiti e belli faccia una buona impressione. Potrà anche essere vero, eppure c'è, in questo, una sorta di accontentarsi di essere presi per ciò che si mostra.
E anche le persone che dicono di truccarsi per gratificazione personale mi sanno tanto di insoddisfazione rispetto a se stesse e al proprio corpo senza trucco.
Magari mi sbaglio, comunque.
Però onestamente preferisco cercare il Bello altrove rispetto al corpo.