giovedì 7 agosto 2014

cose che ho imparato - ahora y no siempre

Ho imparato che non è il dolore, in senso stretto, a formare le persone.
Prima lo pensavo perché di rado ho incontrato persone mature che non avessero sofferto. Le guardavo con un misto di disprezzo e gelosia, perché loro non avevano provato tanta sofferenza, e invece io sì, e questo mi rendeva in qualche modo superiore - ma anche triste di potermene vantare con me stessa. E poi pensavo anche che erano fortunate ad essere così ingenue, e non auguravo loro alcun male, nemmeno per poter essere compresa.
Il fatto è che il dolore è una parte della vita che viene insieme a tutto il resto, non è un evento accessorio che potrebbe o non potrebbe accadere, come per esempio avere il cancro o imparare a guidare prima dei vent'anni. Il dolore arriva per tutti, prima o poi, e più uno cresce più esso aumenta. Diventare adulti significa imparare ad accogliere le piccole e grandi sofferenze che il Metaforico Fiume del tempo trascina lungo il suo corso come detriti. Diventare adulti vuol dire, soprattutto, metabolizzare questo lento e sordo scorrere, ed è una cosa lenta perché il più delle volte il dolore che invecchia è semplice polvere sciolta nell'acqua, che a un certo punto si deposita.
Comunque, i giorni trascurabili hanno una loro parte nella maturazione, sono in qualche modo necessari, poco meno dei giorni del dolore e certamente più di quelli di gioia.
Ho imparato anche che le persone, vivendo con te e rasserenandoti e, il più delle volte, ferendoti, non ti insegnano verità particolari su loro stessi, ma verità generali su di te. Su cosa adori e cosa detesti, cose che ti tranquillizzano e cose che ti infastidiscono.
Gli altri sono il mezzo attraverso cui plasmiamo noi stessi, anche giudicando. Mettiamo limiti nei posti dove vorremmo che la nostra identità finisse (perché secondo me ci sono poche certezze naturali), curiamo i nostri cortili spiando quelli degli altri. Le altre persone non sono mai solo altre persone. In qualche modo qualunque persona per cui sprechiamo un pensiero entra in noi.

Ho imparato che non si può mai smettere di amare una persona che si ama.
Non smetti di amare qualcuno semplicemente perché ti ha ferito, o perché se n'è andato. Una parte (dolorosa e straziante) del vero amore è sapere che nessuno esce veramente dai tuoi pensieri dopo esserci entrato.
Personalmente ho smesso di credere che esistano respiri innocui. Ogni istante è fatto per portare dolore - which may seem very depressing, but actually isn't. It's just as reassuring as habits. Plus, not all forms of pain hurt * il che potrebbe sembrare davvero deprimente, ma in realtà non lo è. E' tanto rassicurante quanto le abitudini. Inoltre, non tutte le forme di dolore fanno male.

Ho imparato come funzionano le promesse (per questo ho smesso quasi del tutto di farne e per questo ho smesso di crederci).
Promettiamo le cose per dare un valore alle nostre intenzioni in un certo momento della nostra esistenza, poi le nostre parole smettono di avere senso perché non sono più supportate dai nostri sentimenti e allora *montagna che si polverizza* la promessa è disintegrata ai nostri occhi.
Ma eslusivamente ai nostri: nel migliore dei casi la persona a cui avevamo promesso se n'è dimenticata o lo farà presto, o è cambiata tanto che perfino per lei la promessa non aveva più valore, o capirà, con più o meno difficoltà, le ragioni dietro all'infrazione. Perdonerà, forse.
Ma se si trattasse di una promessa troppo importante per poterla infrangere con conseguenze accettabili? E dovessimo comunque farlo, perché non farlo sarebbe ugualmente inaccettabile?
E anche se così non fosse, quale onore resterebbe nella parola data, perché continuare a fare promesse che potremmo o non potremmo mantenere?
Molto probabilmente non esiste niente su cui abbiamo un pieno, vero e totale controllo, perciò perché promettere?
Perché lasciare che gli altri credano alle nostre promesse, quando le variabili sono così tante?
Ho imparato ad apprezzare la sincerità, a preferire il per adesso al per sempre, quello che posso avere ora a quello che potrei o non potrei avere domani; ho imparato che la vita è come una bugia e la morte è come un gran finale rivelatore di verità, perché siamo vivi qui, ma saremo sicuramente morti fra centocinquant'anni; e che non c'è niente di sbagliato nel godersi le meraviglie della bugia e cercare di trovarci una verità; che la felicità è più una forma mentis quotidiana che la meta di domani (o fra una settimana, o vent'anni).

Non sempre aver imparato tutte queste cose significa comprenderle, ma spero che affidare le memorie alla carta (o ad una simpaticissima serie di zeri e uno in codice binario) possa essermi di conforto quando me ne dimentico, o, al più, intrattenere o sollevare i miei lettori.

Benvenuti nella città di carta.

(Ho pensato che potevo rompere la lunga serie di inizi fallimentari cominciando le cose a metà. Seems it may work * sembra che possa funzionare)

3 commenti:

  1. Benvenuta nel Metaforico Miocardio di Carta. Non è il Cuore di Gesù, ma ce lo faremo bastare, piccola Less.

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    1. Certo. Ci basterà tenere integri i nostri fili
      (Oh, forse dovrei spiegare a tutti gli altri che significa Città di Carta... oppure no...)

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    2. Puoi lasciare degli indizi, tesoro.

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