martedì 26 agosto 2014

varie cose carine perché non è ancora il momento dei morbi tristi

A tutti piacciono le cose belle. So che è un'ovvietà, ma se è ovvio ci piace.
Una delle mie cose preferite è leggere libri, o storie, o blog che parlano bene di cose interessanti (il post di cui sopra appartiene a un blog di quel tipo).
Poi è bello perché solitamente gli autori consigliano blog altrettanto accurati, e così via, ed è una specie di catena di Sant'Antonio, però più figa (a proposito di catene di Sant'Antonio, stamattina mia cugina di tredici anni me ne ha mandata una di nome "un'Ave Maria non costa niente", per la serie rido per sempre) (a proposito di cose-religiose-in-cui-si-imbattono-gli-agnostici, oggi al negozio c'era una tipa con una maglia viola con sopra scritto: Come posso andare in cielo? Gesù Cristo è l'unica via per la salvezza. Anche qui, rido per sempre).
Comunque, stasera stavo leggendo il blog di cui sopra, e mi sono imbattuta in un post sulle lamentele che rimandava a qualcosa come tre diversi post di altri autori, sempre sul lamentarsi (a tal proposito, oltre a fare numerose digressioni inutili e fuorvianti, sono anche il tipo di persona che si lamenta un sacco. Ultimamente non ci ho fatto caso, ma prima lo facevo davvero tanto).
Tali post, oltre ad essere davvero fighi, mi hanno ispirato il tema principale di questo post, cioè le cose belle.
La passione è una cosa bella. Se ti piace quello che fai, molto probabilmente lo farai anche bene, e renderai il mondo un posto migliore con quella cosa, o se non il mondo almeno il tuo specifico settore. E stimolerai la concorrenza in un tripudio di creatività e figaggine - al che mi sovviene che l'omologazione è una cosa schifosa. Voglio dire, a parte l'omologazione dei gusti e delle grandi marche, ma non è tre volte più figa una collana fatta a mano che è unica e che hai solo tu rispetto a un braccialetto sia pure di Gucci fatto in serie? Non è sconfortante andare al supermercato e avere trenta prodotti per pulire il cesso la cui unica differenza è il nome? Ma vabbè.
L'ironia è una cosa bella. Se puoi ridere di qualcosa, fallo.
La condivisione è una cosa bella, anche condividere pensieri sui blog è bello! L'entusiasmo è bello!
Chi di voi non si è mai sentito sollevato sapendo di non essere nè il primo nè l'unico a fare una riflessione scontata o porsi una domanda -magari apparentemente- idiota?
Il cielo è una cosa straordinariamente bella - così infinito nella sua limitatezza, così azzurro, così comune, così impassibile, così scientificamente miracoloso.
Le piante sono meravigliose, le persone e i sentimenti e la possibilità di vivere e gli occhi e i sensi e i colori e la musica e il cibo sono cose meravigliose.
(Sono decisamente in fase amo-tutto.)
Godetevele un pochino. Prendetene quanto più potete, perché sono... be', perché sono belle.

domenica 24 agosto 2014

messaggi subliminali vari ed eventuali

Ho già cercato di postare, prima, ma essendo il post mediocre non sono del tutto dispiaciuta che blogger si sia categoricamente rifiutato di pubblicarlo (nonché di salvare la bozza) (okay, sono decisamente irritata).
Prendendolo come un messaggio subliminale, penso che cambierò il tema del post - anche perché non mi va di riscriverlo uguale*.
A proposito di messaggi subliminali, ieri sera mia zia è tornata da Barcellona** e mi ha riportato un libro sullo zen. C'erano anche aforismi del papa. Allego foto sulle simpatiche considerazioni.



Vabbè, comunque. Del mio rapporto con la religione parleremo un'altra volta.
Per il momento copincollo tante cose belle che ho scritto a proposito delle cose che finiscono - magari se ci sbatto sopra venti volte ogni volta che apro il blog finirò per convincermene.

Tutto finisce. Non se, quando. Le storie d'amore finiscono (anche se l'amore non necessariamente finisce con loro), e se non finiscono da sole finisce la vita. Il tempo che ci è concesso va usato senza guardarne mai la fine.
La felicità è un concetto che non ama i limiti. Per poter sorridere comunque dobbiamo imparare a godere del metre, ignorare il prima e il dopo e, una volta finito, dobbiamo prendere sempre e solo il meglio delle cose.
Perché anche se tutto finisce, tutto esiste. Esiste l'amore ed esistono le esperienze. Non dobbiamo permettere alla paura o al dolore di dire che "tutto" non esiste prima ancora che finisca.
E fa male, male, male come un coltello nelle viscere, e non ha nessun senso, quando soffri non stai lì a meditare su inizi e fini, soffri e basta. Ma devi lasciare che le fini facciano male perché gli inizi facciano bene.
L'alternativa è non sentire mai niente, ma niente è il contrario di tutto, e di vita. 
[Seguono stronzate melense su he-who-must-not-be-named.]

*nel caso foste interessati, il post precedente riguardava le mie avventure col cellulare in caso di backup&ripristino.
**ieri sera avevo una cena per un compleanno. Oltre a subirmi le parole spagnoleggianti borbottate da mia zia al tavolo accanto, davanti a me erano sedute due cugine ricciolute che parlavano di Cina e di come fosse buono il cibo cinese (cosa che era scocciante di per sé dato che quanto a cibo io potevo scegliere fra pesce, che non mangio, e origano, con un po' di pizza sotto. Per quanto riguarda la pizza diciamo che la mangio ma non mi appassiona, e se avessi un'alternativa mangerei quella. Sull'origano: nel duemiladodici sono stata in vacanza in un posto che usava la roba da mangiare come condimento dell'origano stesso. Quindi ho chiuso per sempre con quella spezia satanassa.) e di come fossero carini i monumenti cinesi e di come fosse divertente viaggiare/cazzeggiare senza saper parlare cinese. Se avessi avuto un'auto mia sarei stata tentata di andare all'aeroporto più vicino e prendere un aereo di sola andata verso qualche posto figo.

A proposito di esperienze divertenti, a quanto pare dimostro tredici anni o giù di lì.

Persona: Ma quanti anni hai? (oppure, nel tono che si usa coi poppanti, rivolta all'adulto più vicino:) Quanti anni ha la bambina?
Io/Adulto: Quasi diciotto.
Persona: Oddio mi sento vecchia./Quando avrai quarant'anni ne sarai felice.

Che poi io mi domando: ma perché dovrei esserne felice? Che c'è di male nel dimostrare la propria età, nel crescere, maturare, invecchiare? Vi farò sapere quando avrò quarant'anni, se avrò cambiato idea.


venerdì 15 agosto 2014

se corri come un fulmine, ti schianti come un tuono

Stavo ripensando a quando stavamo insieme e delle volte mi feriva, impercettibili graffi sulla superficie liscia della mia gioia violenta. Allora facevo di quei pensieri oziosi che si fanno a volte, raffigurandomi scenari di distruzione a sgretolare di botto quello che avevo.
Pensavo: se mai ci lasciassimo, questa sarebbe una cosa che non rimpiangerei. Pensavo: al mio prossimo ragazzo direi subito che una cosa come questa non mi sta bene.
Poi mi mordevo la lingua - subodoravo che il dolore di perderlo non era paragonabile al risibile turbamento che quelle volte provavo.
Avevo ragione, comunque. Avevo ragione e ho imparato che bisogna stare molto attenti a quello che si desidera, perché si potrebbe essere accontentati.
Ho voluto un grande amore, e l'ho avuto.
Ho voluto sentire le emozioni fin nelle unghie, e le ho sentite.
Ho voluto un dramma, non una cosa tranquilla; ho rimorso, in un angolo della mia mente, un dettaglio che poi è diventato una hamartia, un difetto fatale.
Non credo si tratti interamente di superstizione. Voglio dire, non credo veramente che Qualcuno abbia inteso i miei pensieri e li abbia trasformati in realtà (tanto più che sarebbe ridicolo averci messo tipo due mesi mentre quando desideravo ardentemente l'amore sono stata ignorata per anni).
Il fatto è che ad amare ci si sente un po' come a perdere la testa, e se non puoi più amare come prima inizi ad elucubrare pensieri dal sapore di tomba, ripercorri ossessivamente i ricordi brutti alla ricerca di un presagio e quelli belli in cerca di consolazione. Finisci per alterare ogni cosa e poi, sinceramente, ti rimane il rimorso di aver buttato manciate di gioia come se ce ne fossero a non finire, e la manciata successiva dovesse essere necessariamente buona come la precedente.
Devi stare attento a quello che desideri, perché se tu venissi, disgraziatamente, accontentato, avresti un bel soffrire.
Non si può tornare indietro.
Se si potesse, lo ringrazierei di non essere perfetto, anche perché per la maggior parte del tempo ero solita pensare che le nostre imperfezioni formassero un incastro infinitamente più piacevole di quanto sperassi di assaporare.
Ma non si può, e quanto sono torbidi i fondi del tè una volta che l'acqua è tinta e né loro né l'acqua saranno come prima mai?
Non c'è modo di tornare indietro: c'è solo un futuro inesistente nel quale ho timore di riporre speranze, e un presente in qualche parte monco di una cosa che un tempo avevo e ora non so più nemmeno cosa sia.
Il che non significa che io non faccia del mio meglio per essere felice senza quel pezzo. Vuol dire solo che quando ero completa non facevo fatica.
In Teorema Catherine, di John Green aka il-Dio-della-letteratura, Colin si domanda come fa una cosa che non hai a farti male. Stile arto fantasma. Colin, me lo chiedo anche io, amico mio.
Comunque non desidero più amare come ho amato.
E suppongo che se non avessi mai voluto amare mi sarei risparmiata il tormentoso logorio dell'attesa di cominciare a vivere.

Negli ultimi mesi ho iniziato a capire quanto sia importante per me la verità.
Io non desidero essere protetta dal dolore, desidero scegliere come farmi male. Credo nella dignità della consapevolezza, credo che avrei voluto sapere da subito se ero amata o meno, e se lo ero, come mai le cose sono cambiate tanto.
La verità può far male, ma almeno è una certezza, è un'alternativa affidabile in un mare di menzogne, e anche se fosse la peggiore possibile almeno potresti ripartire da lì. Con basi solide.
Fra l'altro, se un amico ti racconta una verità che potrebbe farti molto male, sai che ci tiene davvero a te, tanto da rispettare i tuoi valori.
(Non ancora deciso se mentire può essere un atto d'amore ancora più spassionato e coraggioso. Nel dubbio, ditemi la verità.)

giovedì 7 agosto 2014

cose che ho imparato - ahora y no siempre

Ho imparato che non è il dolore, in senso stretto, a formare le persone.
Prima lo pensavo perché di rado ho incontrato persone mature che non avessero sofferto. Le guardavo con un misto di disprezzo e gelosia, perché loro non avevano provato tanta sofferenza, e invece io sì, e questo mi rendeva in qualche modo superiore - ma anche triste di potermene vantare con me stessa. E poi pensavo anche che erano fortunate ad essere così ingenue, e non auguravo loro alcun male, nemmeno per poter essere compresa.
Il fatto è che il dolore è una parte della vita che viene insieme a tutto il resto, non è un evento accessorio che potrebbe o non potrebbe accadere, come per esempio avere il cancro o imparare a guidare prima dei vent'anni. Il dolore arriva per tutti, prima o poi, e più uno cresce più esso aumenta. Diventare adulti significa imparare ad accogliere le piccole e grandi sofferenze che il Metaforico Fiume del tempo trascina lungo il suo corso come detriti. Diventare adulti vuol dire, soprattutto, metabolizzare questo lento e sordo scorrere, ed è una cosa lenta perché il più delle volte il dolore che invecchia è semplice polvere sciolta nell'acqua, che a un certo punto si deposita.
Comunque, i giorni trascurabili hanno una loro parte nella maturazione, sono in qualche modo necessari, poco meno dei giorni del dolore e certamente più di quelli di gioia.
Ho imparato anche che le persone, vivendo con te e rasserenandoti e, il più delle volte, ferendoti, non ti insegnano verità particolari su loro stessi, ma verità generali su di te. Su cosa adori e cosa detesti, cose che ti tranquillizzano e cose che ti infastidiscono.
Gli altri sono il mezzo attraverso cui plasmiamo noi stessi, anche giudicando. Mettiamo limiti nei posti dove vorremmo che la nostra identità finisse (perché secondo me ci sono poche certezze naturali), curiamo i nostri cortili spiando quelli degli altri. Le altre persone non sono mai solo altre persone. In qualche modo qualunque persona per cui sprechiamo un pensiero entra in noi.

Ho imparato che non si può mai smettere di amare una persona che si ama.
Non smetti di amare qualcuno semplicemente perché ti ha ferito, o perché se n'è andato. Una parte (dolorosa e straziante) del vero amore è sapere che nessuno esce veramente dai tuoi pensieri dopo esserci entrato.
Personalmente ho smesso di credere che esistano respiri innocui. Ogni istante è fatto per portare dolore - which may seem very depressing, but actually isn't. It's just as reassuring as habits. Plus, not all forms of pain hurt * il che potrebbe sembrare davvero deprimente, ma in realtà non lo è. E' tanto rassicurante quanto le abitudini. Inoltre, non tutte le forme di dolore fanno male.

Ho imparato come funzionano le promesse (per questo ho smesso quasi del tutto di farne e per questo ho smesso di crederci).
Promettiamo le cose per dare un valore alle nostre intenzioni in un certo momento della nostra esistenza, poi le nostre parole smettono di avere senso perché non sono più supportate dai nostri sentimenti e allora *montagna che si polverizza* la promessa è disintegrata ai nostri occhi.
Ma eslusivamente ai nostri: nel migliore dei casi la persona a cui avevamo promesso se n'è dimenticata o lo farà presto, o è cambiata tanto che perfino per lei la promessa non aveva più valore, o capirà, con più o meno difficoltà, le ragioni dietro all'infrazione. Perdonerà, forse.
Ma se si trattasse di una promessa troppo importante per poterla infrangere con conseguenze accettabili? E dovessimo comunque farlo, perché non farlo sarebbe ugualmente inaccettabile?
E anche se così non fosse, quale onore resterebbe nella parola data, perché continuare a fare promesse che potremmo o non potremmo mantenere?
Molto probabilmente non esiste niente su cui abbiamo un pieno, vero e totale controllo, perciò perché promettere?
Perché lasciare che gli altri credano alle nostre promesse, quando le variabili sono così tante?
Ho imparato ad apprezzare la sincerità, a preferire il per adesso al per sempre, quello che posso avere ora a quello che potrei o non potrei avere domani; ho imparato che la vita è come una bugia e la morte è come un gran finale rivelatore di verità, perché siamo vivi qui, ma saremo sicuramente morti fra centocinquant'anni; e che non c'è niente di sbagliato nel godersi le meraviglie della bugia e cercare di trovarci una verità; che la felicità è più una forma mentis quotidiana che la meta di domani (o fra una settimana, o vent'anni).

Non sempre aver imparato tutte queste cose significa comprenderle, ma spero che affidare le memorie alla carta (o ad una simpaticissima serie di zeri e uno in codice binario) possa essermi di conforto quando me ne dimentico, o, al più, intrattenere o sollevare i miei lettori.

Benvenuti nella città di carta.

(Ho pensato che potevo rompere la lunga serie di inizi fallimentari cominciando le cose a metà. Seems it may work * sembra che possa funzionare)