giovedì 22 giugno 2017

random memories

Ho nove anni, mio padre è all'ospedale, mia madre si sta prendendo cura di lui. Dopo scuola devo andare dai miei nonni. Non mi piace essere costretta a stare lì, e sono arrabbiata, e non ho fame - un po' per finta e un po' per davvero. Sono quasi sempre sul punto di piangere. A scuola, nessuno sa dell'incidente finché mia madre stessa lo racconta ai colloqui scuola famiglia. Mi chiedono come mai non ne avessi fatto parola. "Sono cose di cui non mi va di parlare." dico. Non ha importanza. Voglio che l'incidente non esista più, voglio che questa sia la mia casa in modi in cui quella vera non può più esserlo, e se non dico niente allora non è vero niente.

Quinta elementare, lezione di sci. Per la prima volta non sono la più brava in qualcosa. Provo una fitta come di aceto caldo, che corrode gli strati delle mie emozioni e ribolle dentro, sgradevolmente. La prendo come una sconfitta.

Prima superiore, dicembre, ho una cotta per un ragazzo più grande. Porto ancora gli occhiali brutti, l'acne puberale si accanisce sul mio viso, i miei capelli sono informi, sono goffa, curva, brutta come un bocciolo di un fiore di campagna, però non m'importa o non me ne accorgo, mi sento carina perché allo specchio vedo la mia anima, dimentico che non è quello che si vede da fuori. Provo a conoscere il ragazzo che mi piace, aspetto il suo arrivo per ore alla festa del cioccolato, perdo anche un autobus, ma non m'importa. Lui è impacciato, mi guarda con un'espressione in parte imbarazzata, in parte inorridita, in parte dispiaciuta. Pochi minuti dopo telefono a mia madre per non dover aspettare due ore il prossimo autobus. Lei mi viene a prendere, stizzita, però non mi fa domande.

Terza superiore, corso di scrittura creativa durante l'autogestione. C'è un ragazzo che fa commenti caustici, disillusi, cinici. Gli rivolgo la parola. Sarà il mio migliore amico a periodi alterni fino al quinto superiore.

Seconda superiore, tarda primavera, cinque del pomeriggio. Il sole dorato mi colpisce sul viso. Ricordo che sono felice, inaspettatamente, che questa luce è gioia, calore e bellezza.

Inverno 2012, dicembre. La neve fuori casa è alta quasi quanto me. Mio padre e mio fratello hanno scavato un sentiero nel candore per andare a prendere la legna, il fuoco scoppietta nel camino. Siamo tutti in vacanza, sta per arrivare il Natale, la luce è gialla, avvolgente, sa di casa. Io e la mamma impastiamo acqua e farina e ammassiamo gnocchi finché non ci fanno male le braccia.

Giugno 2017, Roma. Sono quasi le quattro del pomeriggio, io e Beps siamo uscite per andare a pagare una bolletta e comprare due casse d'acqua. Il calore è intenso e afoso, però all'ombra si sta quasi bene. Vicino al posto dove andiamo a pagare la bolletta sentiamo un cinguettio insistente. Un passerotto caracolla sulle mattonelle del marciapiede - è piccolo, gracile, tiene le ali chiuse e probabilmente non sa volare. Mi chino su di lui, lo carezzo, sento che trema. Allarga un po' le ali, e riesco a vedere le pieghe nella sua pelle e il rosa dove non gli sono ancora cresciute nemmeno le piume. Lui cerca di allontanarsi, le zampine gli rimangono incastrate in una griglia di sfiato del piano interrato. Cerco di sollevarlo delicatamente, lui si agita, lo lascio cadere da venti o trenta centimetri. Il passerotto sembra acciaccato, ma è libero. Zampetta via a fatica, e io lo guardo andare via.

Sto camminando fuori dalla stazione degli autobus, devo andare a prendere la metropolitana. Un uomo siede per terra, chiede un generico 'per favore' a tutti quelli che passano. Estraggo il portafogli, gli cedo tutti i miei spicci. Lo saluto, gli chiedo come sta. Dev'essere una domanda talmente inaspettata che mi risponde soltanto 'grazie'. Me ne vado via, e lui riprende a implorare i passanti.

Sono uscita da teatro, piove, è inverno. Devo avere quindici o sedici anni. Decido di comprare un libro, entro in una libreria, l'occhio verde in copertina attira il mio sguardo.
Reckless. Lo compro, felice, e lo inizio immediatamente mentre mi dirigo verso casa.
Certe luci e certi suoni me lo riporteranno alla mente con insistenza negli anni successivi.

Sto leggendo, quindi salgo sul pulmino senza accorgermi che ho lasciato lo zainetto in classe. Un ragazzino più grande - credo che sia in quinta elementare, mentre io sono in seconda o in terza - nota che non ho nient'altro che il libro con me. Io mi rendo conto di aver dimenticato lo zaino a scuola, spalanco gli occhi, spaventata di tornare indietro e perdere il passaggio. Lui deve capirlo, perché si precipita fuori immediatamente. Dopo qualche minuto è di nuovo lì, mi porge lo zaino.
Questo bambino diventerà una brava persona.

venerdì 2 giugno 2017

whoops

Certe volte mi sembra di stare su una barca con una falla sul fondo, e di passare il tempo a dividermi fra il timone e il cucchiaino con cui ributto l'acqua fuori bordo.
Non è proprio una sensazione spiacevole, anche se alla lunga a volte mi stanco, perché ho scoperto che sono molto più brava a destreggiarmi che a mettere il cucchiaino o il timone in mano a qualcun altro.
Penso di essere la classica maniaca del controllo - mi piace fare cose che potrei delegare per il semplice gusto di farle perfette.
Comunque, se volessimo continuare sulla linea della metafora della barca, e ammettendo che il blog sia una cosa secondaria da controllare, tipo, che so, una gomena, allora si potrebbe anche dire che l'ho lasciata perdere un po' troppo nell'ultimo mese, e che dividere l'attenzione fra timone e falla è già tanto da fare.
Preambolo a parte, che succede nella mia vita? Ho la tosse da una settimana, il che è particolarmente palloso perché: a) è estate e fa caldo, b) ho anche l'allergia e passo il mio tempo a scatarrare e soffiare il naso, c) l'antistaminico mi mette sonno e il mucolitico mi fa schifo, d) ho avuto un saggio di teatro di mezzo e sforzare la voce non ha aiutato la mia gola, e) odio dormire a bocca aperta per poter respirare.
Non vedo l'ora di rimettermi.
La sessione si avvicina, e un paio di giorni fa ho messo a punto il mio classico planning anti-isteria; l'unico problema è che sono leggermente deficiente e mi sono dimenticata che domani non avrò tempo nemmeno per piangere, per cui sospetto che già domani sera sarò in ritardo. Che vuoi farci.
Ovviamente il fatto che stiano per cominciare gli esami fa avvicinare ogni giorno di più il momento in cui avrò un crollo nervoso per via dei complessi di inferiorità rispetto alle mosche da letame e altre amene creature, ma per ora tengo duro.
Sto leggendo come un maiale, anche se non me lo posso permettere, e continuo a fare tardi anche se la mattina dopo mi ostino a svegliarmi presto per mantenere una parvenza di produttività.
Sono ingrassata parecchio e non vedo l'ora di tornare a Roma e impormi un regime alimentare come si deve - qui non riesco a seguirlo perché ci sono troppe cose buone da mangiare. Voglio tornare a Roma anche per poter studiare da mattina a sera, cosa che qui non mi capita mai perché non sono capace di rifiutare gli inviti a uscire, a replicare spettacoli, a vedere persone e fare cose.
Ho disinstallato l'applicazione di facebook dal telefonino, ed è stata una delle mie migliori decisioni di sempre. Al momento sono ancora iscritta solo perché sono su un paio di gruppi utili per la vita quotidiana (e perché sono morbosamente attaccata alla conservazione dei ricordi e delle informazioni interessanti).
Non sto scrivendo né disegnando granché, sono tutte cose che spero di fare dopo gli esami per dedicare loro il giusto tempo, e ho sospeso anche la visione di serie tv a tempo indeterminato - anche perché riesco a seguirne soltanto pochissime ormai.
Per il resto, tengo duro. Adesso vado a riprendere il timone in mano, perché ho perso la rotta e ho pure l'acqua alle caviglie. Ci si vede quando posso.

domenica 7 maggio 2017

the great beyond

Oggi mi sono alzata alle otto e mezza, ho fatto colazione col gatto in grembo, mi sono vestita per andare a correre e sono andata al parco dietro casa.
Mi sono sentita: figa, impacciata, osservata, in osservazione. C'era un sacco di gente col cane appresso, per esempio un tipo che correva piano continuando a guardarsi alle spalle verso il suo pelosone bianco, poi c'era un tipo che portava al guinzaglio una salsiccia con le zampe, e una signora anziana con un cagnolino zoppo.
Alcuni si conoscevano, e si parlavano mentre io provavo a fare gli addominali. Un tipo mi ha osservata mentre saltellavo sul posto. L'ho guardato anche io per accertarmi che mi stesse fissando, poi ho abbassato lo sguardo, lui no. La cosa non mi ha fatto sentire in nessun modo particolare.
Poi ho ripreso a correre, ma mi facevano male i piedi perché portavo delle scarpe con la suola rigida, allora ho camminato. A un certo punto ho fatto uno scatto - clat clat clat clat clat clat clat - e il tizio davanti a me si è girato mentre io bruciavo quei cinquanta metri che sono riuscita a fare prima di non farcela più.
Il sole era caldo, ma a tratti coperto da grossi cumuli grigi.
Dopo trenta minuti sono tornata a casa, mi sono toccata il viso, scottava da morire ed ero praticamente fucsia. Ho fatto altri addominali poco convinti, e poi un sacco di stretching.
Sono stata al computer per un po', studicchiando, poi ho pranzato e sono uscita.
Ho incontrato per la prima volta una ragazza che ho conosciuto sei anni fa tramite il vecchio blog, abbiamo camminato tantissimo, parlato tantissimo, scattato fotografie, sorriso un sacco. E' stato bello, ed è stato come non mi sarei mai immaginata che potesse essere quando anni fa ci siamo scambiate le prime mail (nota a margine: sono appena andata a riguardare quelle mail ed erano davvero parecchio imbarazzanti).

Comunque, non è strano? Ho speso diciassette righe a bofonchiare di una mattinata atona, e soltanto cinque per parlare di un pomeriggio fantastico.
Forse perché sono talmente stanca che mi si addice di più un tono esausto, non troppo emozionale; forse perché i bei ricordi vanno custoditi gelosamente. Forse perché parlare di qualcosa di inessenziale è più importante che farlo a proposito di qualcosa che verrà senz'altro ricordato lo stesso.

E' sera, e starei sveglia ancora per ore. A scrivere, leggere, ascoltare musica.
A prendere una sbronza di insonnia di quelle che la mattina dopo ti rifiuteresti di uscire dal letto.
A pensare pensieri sconnessi.
A non pensare per niente.

lunedì 24 aprile 2017

frantumaglia

Questa parola l'ho letta sui libri di Elena Ferrante, e in realtà lei la usa per indicare qualcosa di diverso da quello che voglio intendere io. Per lei è una sensazione di malessere diffuso, inspiegabile, frammentato - insiemi di cose che ti fanno star male e cose che nell'insieme ti fanno star male.
Io invece volevo suggerire un'idea di dispersione, frammenti, osservazioni sparse, ma non necessariamente in senso negativo. Soltanto: cose.

7. Ho letto Illuminae in tre giorni, mi è piaciuto infinitamente. All'inizio ho diffidato della struttura che sembrava il mostro di Frankenstein - disegni, pagine nere con testo bianco, espedienti visivi - ma poi me ne sono innamorata, anche perché ha fugato completamente la mia impressione che tutto ciò contribuisse a renderlo un libro infantile o superficiale. Istinto letterario, ti ringrazio. Una delle mie migliori decisioni, senz'altro, anche se mi è costata parecchie ore di sonno.
13. Ultimamente non trovo un filo conduttore nella mia vita. Non so se sia un male, so però che mi risulta difficile collegare le cose fra loro - di qui anche la sensazione di dispersione. Esempio.
Sto tornando a casa quasi tutti i finesettimana, lunghe ore di autobus, attese, spostamenti, luce che cola molto lentamente. Ecco, il tempo si è fatto melassa, perché è da un po' che non seguo una routine definita, faccio cose nuove o strane che tendono le ore come se fossero elastici o gomme da masticare prive di punto di rottura. Non ho una direzione definita, è come se dal mio centro si dipanassero radialmente sentieri che non so percorrere fino in fondo: l'università, la mia città, gli incontri con le persone, la lettura, l'organizzazione.
Mi sento abbastanza straniata - di nuovo, non penso sia del tutto sgradevole, ma mi piacerebbe ritrovare il mio centro di gravità.
1. Sto leggendo moltissimo, del tipo un libro ogni tre giorni, ed è una cosa che adoro ma che contribuisce anche a dilatare i secondi come se minuscole particelle di pensiero ci sgomitassero dentro. Certe volte ci provo pure apposta: nel tentativo di non farmi scorrere la vita addosso in lunghe settimane di avanti veloce, cerco di concentrarmi per fissare i momenti - adesso sto guardando l'interno del 20, osservo le luci che descrivono brevi archi come lancette impazzite sui contachilometri, adesso sento la mia schiena curva, i muscoli in tensione, la durezza gentile dei tasti sotto la parte meno morbida dei polpastrelli, i capelli sul collo, la stoffa sulla pancia, i minuti che si muovono l e n t a m e n t e.
So che l'ho già detto, ma mi piacerebbe sottolineare che è una sensazione stranissima.
5. Mi ripropongo in continuazione di provare ad essere una persona migliore, e fallisco in continuazione. Sono un po' prigioniera di certi schemi mentali che mi rendono la socializzazione facile, ma credo di star facendo un torto a me stessa e di stare anche alimentando una brutta abitudine. Non mi arrendo, insisterò.
2. Devo scrivere tre interventi per una recita scolastica (non ce la faccio proprio a staccarmi dal liceo), ed è insieme meraviglioso e terrificante, perché non mi sento mai all'altezza di queste cose, delle cose in generale, ed è faticoso ma anche bellissimo. Utile. Crescere è un processo che ho sempre considerato doloroso - non il dolore acuto della fitta, ma quello sordo di una pelle che contiene leggermente di più di quanto potrebbe e si tende come il proverbiale elastico di cui sopra - ma senza rompersi.

Proverò a ricostruire la mia strada, ma spero che questa larga deviazione mi sia utile.

PS: mi manca tenere il blog regolarmente.

venerdì 14 aprile 2017

compass

A volte penso che sarei una persona migliore se stessi lontano dalla gente.
Perché sono la debole vittima di un sistema di appartenenza sociale, e devo pur pisciare più lontano del prossimo per marcare il mio territorio assieme al mio branco; eppure vedo così chiaramente che la persona che sto deridendo potrei essere io.
Ultimamente non è proprio un buon momento per me. E' come se non avessi una bussola in grado di guidarmi come si deve, mi sento fallibile, sento di incespicare, non riesco a seguire le stelle, continuo a perdermi sulla strada per il mio obiettivo, perdo tempo, perdo pezzi, perdo me stessa.
Non sto nemmeno affogando: galleggio. E non mi muovo, non so da dove cominciare, non so nuotare, e non so nemmeno se mi va di farlo. Perché no? Non lo so. Perché richiede sudore ed impegno? Perché sono stanca? Perché continuo a sbagliare, sbagliare, sbagliare? Perché non mi sento all'altezza? Perché continuo a pensare che il momento propizio arriverà più in là?
Tutte queste cose, e anche: nessuna di queste cose, e anche: alcune di queste cose.
Non sono motivi validi.
Ma sono motivi.
E io sono in cerca della mia bussola.